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Scrum definisce tre responsabilità specifiche all’interno dello Scrum Team:
Product Owner(proprietario del prodotto): massimizza il valore del prodotto e gestisce il backlog del prodotto.
Developers: creano l’incremento “Done” potenzialmente finito ad ogni sprint e gestiscono e implementano lo sprint backlog.
ScrumMaster: rimuove gli ostacoli che impediscono al team scrum di creare un incremento finito e gestisce il l’ambiente scrum.
L’avrete notato, in Scrum le persone non sono gestite, d’altra parte si fissano gli obiettivi e gestiscono gli artefatti.
La Guida Scrum descrive queste responsabilità in modo più accurato. È importante mantenere questa semplicità e immaginare come le responsabilità aziendali esistenti possano convergere con quelle di Scrum. L’unica domanda da porre dovrebbe essere:
Quali competenze sono necessarie per creare valore per i futuri utenti?
L’auto-gestione di Scrum è fondamentale per essere in grado di fornire prodotti complessi più velocemente. È possibile solo se tutti i membri dello Scrum Team capiscono le proprie responsabilità. In questo caso, come nel caso di un campo magnetico, ci sarà un equilibrio di forze che consentirà un’efficienza senza pari nella creazione di valore.
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Questo articolo fa parte di una serie di dodici pubblicazioni, ognuna delle quali spiega le basi di Scrum, secondo lo Scrum Guide. Potrebbe essere utile per te come presentazione alla direzione o per chiunque sia curioso di approfondire l’argomento.
Se i grossi problemi rimangono, è perché le grandi soluzioni non funzionano e non sappiamo come mettere in atto le piccole soluzioni.
La nostra epoca non
ha mai avuto tanto bisogno di cambiamento, e non siamo mai apparsi così
impotenti di fronte alla nostra incapacità di cambiare. Spesso, tuttavia, non è
per mancanza di tentativi.
La guerra contro la droga negli Stati Uniti è iniziata in fanfara dal presidente Richard Nixon nel 1970. Nonostante dei mezzi colossali, circa 10 miliardi di dollari all’anno di spese dirette (ma molto di più se si contano le spese indirette), l’ONU ha finito per riconoscere ufficialmente, nel 2016, che questa guerra è stata un fallimento dalle conseguenze sociali disastrose. Dagli studi televisivi ai consigli d’amministrazione, dall’ENA (ndt Ecole Nationale d’Administration) alle scuole di commercio, dal governo alle ONG, è comunemente accettato che solamente un approccio deliberato, vuol dire un’azione pianificata su larga scala, permette di risolvere un grande problema, attraverso un “grande piano”, o altri eventi di dimensioni significative. Ora più la situazione è complessa, meno l’approccio funziona. Bloccati dalla volontà di fare le cose in grande, i dirigenti sono impotenti e sembra possa rimanere, per quelli che vogliono cambiare, solo la violenza, rifugio nel “mondo di domani” idealista e astratto, oppure la rassegnazione.
Da molto tempo
però, una ricca corrente in sociologia, in scienze politiche e in teoria delle
organizzazioni difende l’idea di un approccio incrementale del cambiamento, a piccoli
passi e a scala locale. Questa corrente a mostrato come i problemi più
complessi si risolvano al meglio organizzando una serie di piccole vittorie, le
sole accessibili ai singoli. La loro successione costituisce una base solida che
si rinforza progressivamente, limitando i rischi, dissuadendo gli oppositori e
unendo gli indecisi in favore del cambiamento. Questa corrente si è rinnovata a
partire dagli anni 2000 con l’entusiasmo delle grandi organizzazioni per l’imprenditorialità,
nella quale hanno visto una maniera di reinventarsi.
Quattro caratteristiche concrete
Concretamente,
una piccola vittoria ha quattro caratteristiche: costituisce un risultato “tangibile”,
“completo”, “implementato in maniera collettiva” e d’”importanza moderata”. “Tangibile”
e “completo” significa che deve esserci un cambiamento effettivo nella vita
dell’organizzazione, come un nuovo modo di lavorare; “implementato in maniera
collettiva” significa che la trasformazione può essere effettiva solo se si basa
sull’impegno degli stakeholders, perché si tratta di risolvere dei problemi
sociali, non individuali. Infine, “importanza moderata” è il significato stesso
della piccola vittoria: si tratta di ridurre l’ambizione dell’azione al punto in
cui rappresenta un rischio accettabile.
Nonostante un
interesse regolarmente rinnovato per l’approccio incrementale e numerosi successi
concreti, l’approccio deliberato rimane comunque molto dominante nelle nostre
modalità d’azione. Quando viene tentato, l’approccio incrementale spesso si esaurisce
dopo un certo periodo di tempo e non riesce a risolvere il problema per cui è
stato utilizzato, ma senza sapere bene il perché. I grandi problemi rimangono perché
le grandi soluzioni non funzionano e non sappiamo implementare le piccole soluzioni,
da qui i bloccaggi che osserviamo oggi a tutti i livelli – nelle aziende come
nella società.
Trasformare i modelli mentali
La nostra
esperienza con team di dirigenti in progetti di trasformazione e d’accompagnamento
d’innovatori e imprenditori da molti anni suggerisce che l’approccio
incrementale fallisce per due ragioni: la prima, perché non identifica l’origine
del bloccaggio che pretende risolvere. Si condanna quindi a rimanere in periferia,
a non toccare il cuore collettivo: lo sforzo è superficiale. La seconda, perché,
essendo puramente individuale, non permette alle diverse iniziative di
aggregarsi in un tutto coerente al servizio di una trasformazione voluta: lo
sforzo è disperso. Bisogna quindi identificare l’origine del bloccaggio e
definire un principio guida.
L’origine del bloccaggio di un’organizzazione, sono i suoi modelli mentali, le convinzioni costruite col tempo su sé stessi e sul proprio ambiente. Sono i modelli mentali che determinano le decisioni prese dalla collettività. Per trasformare questa collettività, bisogna trasformare i propri modelli mentali. Il principio guida è il modello mentale target a cui miriamo. E quello che permette di scegliere le piccole vittorie e di aggregarle in modo coerente in modo tale che il cambiamento, piccolo all’inizio, finisca per avere un grande impatto.
Così, questa grande azienda industriale vedeva, anno dopo anno, i suoi costi di struttura aumentare, fino a metterne a rischio la competitività. La diagnosi era quella di una burocrazia in crescita di cui tutti i collaboratori si lamentavano, ma tutte le iniziative di semplificazione fallivano, senza che se ne capisse il perché. Un lavoro sui modelli mentali a permesso di mettere in evidenza una convinzione profonda che era: “un manager deve avere la risposta a tutto”. Era un po’ sorprendente in questa società dove ma maggioranza dei manager sono degli ingegneri. La moltiplicazione delle procedure veniva dalla paura collettiva di un incidente industriale e da quella, individuale, di esserne designato come responsabile. Questo portava i manager a formalizzare tutto e a deresponsabilizzarsi sui loro colleghi, per evitare di prendere dei rischi e questo per un numero sempre maggiore di decisioni. È quindi su questa esigenza di perfezione e non sulla burocrazia stessa, che si è dovuto lavorare e sulla convinzione che una procedura riduce il rischio, che non è per forza di cose vero. Alcuni manager volontario hanno, ciascuno individualmente, identificato un piccolo progetto in cui potevano prendere in considerazione la riduzione delle procedure. Qui, il filo conduttore delle piccole vittorie era la nozione di rischio e quella di fiducia con, sullo sfondo, la ridefinizione di cosa sia un manager.
Creare un impatto collettivo
Identificare il
modello mentale bloccante, concordare con uno stakeholder su un modello alternativo
che fungerà da principio guida, considerare un’azione a basso rischio con loro
su questa base, poi capitalizzare con un nuovo stakeholder se funziona, oppure
provare qualcos’altro se fallisce, ecco la chiave di un approccio per piccole
vittorie. Questo aspetto sociale, cioè agire con qualcun altro sulla base di
convinzioni alternative, è ciò che permette l’aggregazione di piccole vittorie,
in altre parole, la creazione di un impatto collettivo maggiore della somma
delle singole azioni. E così che una piccola vittoria diventerà grande. Con le
piccole vittorie, non c’è bisogno di aspettare un piano o una visione: la
trasformazione del mondo può semplicemente iniziare da voi.
Philippe
Silberzahn
Professore associato all’EM di Lione, ex imprenditore, oggi lavora con grandi aziende sui temi d’innovazione e trasformazione. È l’autore di sei libri su questi temi, tra cui “Effectuation” che ha ricevuto il premio per il miglior libro di management, assegnato da Consult’in France. È anche co-autore, con Milo Jones, di un libro sulle sorprese strategiche intitolato “Constructing Cassandra: Reframing Intelligence Failure at the CIA, 1947-2001”, pubblicato dalla Stanford University Press nel 2013. Potete seguirlo su Twitter: @phsilberzahn.
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